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14 giugno 2008

INIZIA L'OMAGGIO A DINO RISI

Jean-Louis Trintignant e Vittorio Gassman ne "Il sorpasso" (1962) di Dino Risi
A partire da oggi, Sabato 14 Giugno 2008, intendo dar vita ad un omaggio a Dino Risi, articolato in modi il più possibile differenziati tra loro. Ad esempio: mie antiche recensioni, interventi recenti, eccetera. Per quel che riguarda le recensioni, man mano che Chiara completerà la trascrizione su file dei vecchi ritagli, verrà fuori un ritratto del regista pieno, nelle mie parole, di luci ma anche di ombre. Non sarebbe onesto da parte mia tentare di nasconderlo. Il lettore si accorgerà che, spesso negli anni ’60, pur riconoscendo la vivacità e l’intelligenza di Risi, sono stato pieno di riserve sul risultato complessivo del suo cinema. Solo verso metà degli stessi anni ’60, ma soprattutto agli inizi degli anni '70, ho cominciato ad “adottare” il cinema di Risi, anche se via via si allontanava il momento della maggiore fertilità (rimando per semplificare i riferimenti alla recensione del film “Sesso matto” del 22 Dicembre 1973, laddove compilo un elenco dei film “raccomandabili e difendibili” dello stesso regista).
Nel 1992 per commemorare il trentesimo anniversario del film "Il sorpasso" di Dino Risi (1962), accettai l'invito di Oreste De Fornari a scrivere un racconto in un curioso volume, in certo modo tutto dedicato al film ed alle sue complesse implicazioni, intitolato “I filobus sono pieni di gente onesta” e che lo stesso De Fornari definisce un “non saggio, dissertazione o dissezione, ma più modestamente gioco dell’oca e pic-nic della memoria in un luogo cult del cinema italiano”. Il racconto venne accettato e pubblicato. Il titolo "Lo sguardo di Tommy Udo" allude evidentemente al sogghigno maniacale che l'esordiente Richard Widmark sfoggia ne "Il bacio della morte" di Henry Hathaway datato 1947 (film e regista che io amo molto). Non possedendo il file computerizzato del testo del racconto, ho pregato Chiara di ribatterlo qui ed ecco il risultato delle sue fatiche
:

“Verrai con me, no?” – Il tono dell’onorevole era sempre lo stesso, come una volta. Arrogante, disteso, scherzoso, stupidamente sicuro di sé. Enrico soppesò con finta calma la domanda dell’onorevole, ma sapeva che, come al solito, non sarebbe mai stato capace di negargli qualcosa. L’onorevole lo guardava aspirando il fumo di un sigaro immenso. Immenso e costoso, pensò Enrico, sicuramente deve valere un mucchio di soldi, come tutto quello che l’onorevole amava toccare da vicino; le automobili, le coperte, i pigiami, le camicie, i vestiti. E le ragazze. Enrico si chiese come non ci fossero donne ad assistere alla partenza dell’onorevole. L’onorevole in genere era circondato da donne. La moglie, le amiche, le segretarie. Durante le campagne elettorali le donne sembravano aumentare a dismisura, comparivano ad ogni comizio, ad ogni incontro, ad ogni tavola rotonda, ad ogni pranzo collettivo. Sempre diverse. Spesso non brutte, a volte inaspettatamente belle, tra i 25 e i 40 anni, avvocatesse, impiegate di Circoli culturali, animatrici di dibattiti, ma anche signore che sembravano estranee, all’apparenza, ad ogni impegno ideologico e che per qualche settimana si gettavano nella campagna elettorale come se fosse stata una puntata di una “soap” opera o la Settimana del Bianco in un grande magazzino. Enrico, ogni volta, non sapeva capacitarsi né della loro presenza, né delle assenze successive. Quando l’onorevole veniva rieletto cominciava a togliersele di torno, delicatamente prima, e sempre più brutalmente poi, finchè restavano quelle di sempre. La signora De Francovich-Multedo, moglie dell’avvocato di fiducia dell’onorevole, la signora Beltraminetti, la signorina Ponzibardi, che curava tutta la contabilità dell’onorevole ed i suoi immensi archivi, Bianca, la segretaria bellissima e altezzosa. E, naturalmente la moglie dell’onorevole. Che nessuno chiamava mai per nome e per cognome, ma proprio, e sempre, “La moglie dell’onorevole”, quasi si fosse trattato del titolo di una “pochade” o di un film di Rohmer.
“Vieni, sì o no?” – La voce dell’onorevole era ancora amichevole, e quasi scherzosa, ma Enrico aveva imparato da tempo a riconoscere i segni premonitori della collera. Una collera incipiente e ancora lontana, che si annunciava, di solito, con un sapore di ruggine pronto ad insinuarsi nella voce dell’onorevole. La quale, d’abitudine, era rotonda e aguzza insieme, con dei toni bassi che sembravano quelli di un cantante intento a schiarirsi la voce prima di entrare in scena e certe subitanee risate secche, aguzze, quasi acute, in certo modo isteriche, eppure controllatissime. Un ridere, il suo, che non era né divertito né divertente, ove si avvertiva il bisogno di ferire gli altri più che di compiacere se stesso.
“Andiamo, prendi le tue valige e spicciati, altrimenti anche questa volta arriviamo in ritardo. Ci mancavano questi maledetti scioperi dei Cobas” – L’onorevole recitò la sua battuta proprio come se fosse una battuta, con le coloriture necessarie e la necessaria impazienza, manovrando il sigaro fumante come un bastone di maresciallo, pensò Enrico. “Ogni soldato porta nella sua “24 ore” un sigaro da maresciallo”, gli venne di parafrasare una definizione attribuita a Napoleone. Tutto quel che riguardava Napoleone gli sembrava particolarmente adatto all’onorevole: la sicurezza di sé, il modo affettuoso o sprezzante di favorire i famigliari, la fortuna continua, sfacciata, la tendenza ad emanare codici scritti di comportamento che invadevano ogni campo dell’attività umana, la capacità di installarsi in ogni nuovo incarico non solo come se egli lo avesse sempre ricoperto, ma come se gli fosse spettato per diritto ereditario. “Andiamo, così ci fermiamo in Toscana a mangiare qualcosa e siamo a Roma a un’ora ragionevole”. L’onorevole si avviò verso l’automobile; le cameriere filippine si affannavano con le valige, razzolando e squittendo in tagalog, mentre aprivano il cofano. Naturalmente la macchina dell’onorevole era ancora una macchina nuova, sembrava in tutto e per tutto una Ferrari, ma non era una Ferrari. Era un’auto giapponese che, appunto, era destinata a sembrare in tutti e per tutto una Ferrari, ma non era una Ferrari. L’onorevole l’aveva pagata pochissimo, grazie ad uno di quei vorticosi giri doganali di cui era maestro. “Ci mancava anche quel cretino si ammalasse” dissi poi a Enrico con un tono subitaneamente affettuoso, cosa che capitava spesso quando parlava male di qualcun altro. Il cretino era Adolfo, l’autista che era con l’onorevole da 22 anni e che sembrava essere incorporato nelle sue automobili. Era stato ricoverato d’urgenza in ospedale la sera prima ed Enrico si aspettava puntualmente che l’onorevole rimanesse non solo indifferente ma profondamente urtato da una simile mancanza di tatto. “Avremmo potuto prendere la Mercedes e in viaggio avrei potuto esaminare i tuoi documenti”. I documenti non erano di Enrico, in realtà, ma dell’onorevole. Discorsi, due bozze per un progetto di legge di cui il Partito aveva incaricato l’onorevole e che Enrico aveva preparato affannosamente nei giorni trascorsi subito dopo le elezioni, una trentina di lettere riservate da far firmare all’onorevole e, soprattutto, un progetto di riorganizzazione delle Usl, su cui l’onorevole contava molto per presentare subito una bozza di decreto-legge. “Hai portato le Usl?” disse guardando Enrico con diffidenza, “non l’avrai mica dimenticate?”. Prese il fascicolo che Enrico aveva estratto dalla borsa e lo gettò con noncuranza nel piccolo sedile posteriore dell’auto. “Con questo mi debbono fare per forza sottosegretario, se non lo fanno adesso, vedranno…”. L’onorevole per un attimo di incattivì, così come aveva l’abitudine di fare spesso: il volto si contraeva, gli occhi gettavano lampi, la bocca sottile si incurvava, i denti inferiori sporgevano dal labbro come quelli di un roditore spaventato. Enrico lo trovava particolarmente ripugnante in quei momenti, avrebbe voluto andarsene per sempre, e invece, come ogni volta, restava immobile, con un sorriso vagamente disgustato sul volto. “Vabbè, speriamo che tu abbia lavorato come si deve”, disse l’onorevole tornando di buon umore, con una delle sue risate secche. L’incartamento rimase sul fondo della macchina, come dimenticato: Enrico ci aveva perso sei mesi di ricerche in biblioteca, di controlli al “computer”, era un progetto originale, nuovo, quasi perfetto, che cercava di tutelare i diritti individuali del malato e quelli economici della collettività, Enrico ne era molto fiero; dentro di sé, lavorando, aveva avuto la sensazione di non essere inutile e servile, ma al di là delle apparenze, impiegato in qualcosa di utile, perfino di buono, tutto quello che sognava al paese da ragazzo, quando pensava che avrebbe frequentato l’Università e poi, forse, avrebbe potuto veramente occuparsi di politica.
“allora, via, siamo pronti?”. L’onorevole si guardò intorno con l’aria soddisfatta e irritata insieme che era in lui il segno della tranquillità e della normalità, “Vediamo, le valige, i fiori per la moglie del ministro, le carte” la signora Ponzibardi, ansiosa, brutta, desiderosa di soddisfare l’onorevole con la dedizione abbandonata ed umidiccia di un barboncino, si era improvvisamente coagulata dal nulla, con un carico di pratiche tra le braccia. “Qui c’è tutto, onorevole, le dodici cartelle, i raccoglitori, le ho fatto un elenco in ordine alfabetico e uno per argomenti…”. “Va bene va bene, grazie” tagliò conto l’onorevole che era visibilmente stufo, odiava gli addii e gli arrivederci, gli piacevano le cerimonie in suo onore, ma dovevano essere rapide ed efficienti, voleva avere sempre la possibilità di manovrarle a suo piacimento, di dilatarle ma anche si stroncarle sul nascere. Era vanitoso e ambizioso ma soprattutto bizzarro, con una venatura autodistruttiva che Enrico doveva ammettere, pur dopo tante delusioni, di trovare affascinante.
Viaggiare in macchina con l’onorevole era ogni colta un’avventura, potevano essere viaggi lentissimi e sognanti, oppure furibondi di velocità, senza una pausa, senza una sosta, con l’onorevole appeso al volante che prendeva le curve a ogni 140 all’ora gridando parole senza senso, citazioni latine a cui nessuno avrebbe mai supposto potesse far ricorso (erano esatte, doveva ammettere a malincuore, Enrico), frammenti di canzoni in inglese, giochi di parole infantili, scorie di barzellette che lo avevano divertito, bestemmie e grida inarticolate. Oppure cominciava uno di quei discorsi di tattica politica che affascinavano Enrico e gli davano ogni volta la sensazione di affacciarsi da un dirupo e di indovinare paesaggi lontani e indistinti, in mezzo alla nebbia. In questo caso l’onorevole usava soltanto soprannomi, diminutivi, nomignoli, molti di sua invenzione, in una sorta di disperato gioco dell’oca verbale. “Se il Gobbo non dice di no e il Barelliere non si oppone, il Piccoletto mi garantisce dodici voti e per la Commissione Trasporti è fatta. E una volta lì, ne vedremo delle belle”. Altre volte ancora l’onorevole incominciava a farneticare di viaggi lontani e impossibili maledicendo la strada da casa sua sino a Roma, centinaia di chilometri che conosceva a memoria, aveva un insulto pronto per ogni svolta dell’autostrada, per ogni curva, ogni autogrill: “Quando lo vedo dall’aereo – diceva – questo percorso, mi viene voglia di azionare la leva delle bombe, come Gregory Peck in “Cielo di fuoco”. Raffiche, raffiche, Lipsia è distrutta, ah, ah, ah”. Il suo riso imitava quello di Richard Widmark – Tommy Udo ne “il bacio della morte”: l’onorevole era curiosamente affezionato ai film del dopoguerra americano, così come a mille altre cose curiose, ma bisognava conoscerlo molto bene per saperlo.
“Va bene, va bene, telefono da Roma per sapere le novità”. L’onorevole mosse la chiavetta e il motore emanò un rumore pieno, compatto, fuso, felino, la miglior imitazione giapponese del rumore che un rumorista del cinema immagina debba essere quello di una Hispano Souiza e di una Isotta Fraschini in un film ambientato negli anni ’20.
Intorno era pieno di volti benedicenti e ossequiosi. Le cameriere filippine, che finalmente tacevano e irroravano l’onorevole di sorrisi assolutamente orientali. La signora Ponzibardi, che scodinzolava con l’aria di attendersi un biscottino, la signora Beltraminetti con un “fax” ossequiosamente sventolante. Perfino la moglie dell’onorevole, che era arrivata all’ultimo momento, e sostava davanti al cancello aperto della villa come in una inquadratura di “Dallas”.
E un omino nero e malconcio, che si insinuò nella piccola folla, con movimenti lenti e distratti. In seguito, quando Enrico ripensò a quel momento (gli capitò spesso) rivide tutti i gesti, gli attimi, i movimenti suoi e degli altri come in una ripresa televisiva ripassata al “rallenti”. Tutto lentissimo, quasi immobile, come congelato nell’inquadratura. L’omino si sporse dal finestrino e porse un foglio dentro l’automobile. “È per lei, onorevole” disse senza astio e senza ossequio, come se riconsegnasse una posata caduta durante un pranzo.
L’onorevole guardò distrattamente il foglio e sillabò nettamente: “Avviso di garanzia”. Lo disse con chiarezza, ma anche lui con lentezza estrema, con i tipici borborigmi di una moviola controllata passo passo dal montatore.
Il volto dell’onorevole era pallido, e pieno di una inattesa grandiosità. Lesse due volte il foglio, attentamente, poi disse a Enrico, non più con la voce dei doppiatori di Sidney Greenstreet: “Per ora non partiremo, credo”.
Per la prima volta Enrico riconobbe una voce nuova, cristallina, quasi infantile, ma già adolescenziale e senile, la voce di un altro tempo, di un altro essere vivente.
Poi l’inquadratura si fermò, di colpo. Era Tommy Udo, che lo guardava".


Tratto da: "I filobus sono pieni di gente onesta - Il Sorpasso: 1962-1992”, a cura di Oreste De Fornari, Edizioni Carte Segrete, 1992.

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